giovedì 8 settembre 2016

Parte la nuova Era di Minuti Contati


E lasciami contare e lasciami ideare, io senza scriver non so stare. Io non posso restare seduto in disparte se MC parte, non sono capace di stare a guardare un tema vivace e poi non provare un impulso dentro e correrti incontro gridarti: sciviamoooo. Ricominciamoooo...

A parte gli scherzi, il 19 settembre si svolgerà la prima edizione della Quinta Era di Minuti Contati (anche se durante l'estate non ce ne siamo stati con le mani in mano). Se vi piace scrivere, MC è il posto che fa per voi. Guest star dell'edizione, Walter Lazzarin, lo scrittore per strada.



lunedì 29 agosto 2016

Dylan Dog old boy...


Ho sempre snobbato i Maxi della Bonelli, considerandoli dei contenitori estivi di storie mediocri, per i lettori casuali. Poi, su consiglio del mio amico Mattia Pascal che non sopporta il nuovo corso di Dylan Dog, ho preso il Maxi (Old Boy) uscito questa estate.
Sono rimasto così piacevolmente stupito da tre storie solide e ben scritte, che mi hanno riportato all'epoca in cui Bloch doveva andare in pensione ma eravamo certi che non ci sarebbe andato mai.
La prima storia gioca in maniera sapiente con la (seppur blanda) continuity Dylaniata, la seconda traspone in chiave horror il tema dello scambio delle personalità (con un chiaro riferimento al film italiano "Se fossi in te") e la terza propone un Bloch romantico e innamorato in modo davvero molto più convincente del brutto numero 350 della serie regolare.

Sulla scia dell'entusiasmo ho preso anche il Dylan Dog Color Fest dedicato ai remake. L'albo contiene tre storie brevi che sono il rifacimento di avventure storiche dell'indagatore dell'incubo: il numero uno ("l'alba dei morti viventi"), il numero 5 ("gli uccisori") e il numero 11 ("Diabolo il grande).
Purtroppo, a differenza della splendida operazione che la Bonelli sta conducendo con Nathan Never Anno Zero, queste tre storie non aggiungono nulla alle originali e lasciano il tempo che trovano. Insomma, al contrario di quello che dice il RRobe nell'introduzione dell'albo, i capolavori è meglio lasciarli stare.

giovedì 21 luglio 2016

Non sarà un'avventura!



Lunedì mattina facevo colazione guardando il TG5 (Scusate, non volevo! In realtà aspettavo solo le previsioni del tempo), quando la giornalista ha annunciato: "brutta avventura per una ragazza di sedici anni...".
Mi sono preparato a sorpendermi e sorridere, ascoltando una storia del tipo "rimasta chiusa al buio in ascensore per sei ore ma salvata dai pompieri" o "smarritasi in un bosco al calar della sera ma ritrovata sana e salva la mattina". Invece no. Ha continuato così: "...violentata da due nord africani in un parco di Roma!"
Cosa???? Essere violentata è diventata un'avventura?
Sarà stato un lapsus, ho pensato, ma ecco che parte il servizio e il giornalista  (questa volta uomo) usa la stessa espressione!
Prima di dare giudizi definitivi, però, voglio essere sicuro, mi sono detto. Magari sono io a non conoscere bene l'italiano.
Sono andato a controllare sul dizionario:
- La Garzanti on line, alla parola avventura, riporta:

  1. avvenimento singolare o straordinario; impresa rischiosa e affascinante: una vita piena d’avventure; un’avventura a lieto fine | situazione nella quale ci si viene a trovare senza averne previsto i rischi; iniziativa sconsiderata: l’azienda fu trascinata in un’avventura
  2. breve relazione amorosa non impegnativa: un’avventura estiva dim. avventuretta
  3. (ant.) buona sorte, fortuna

- La Treccani on line conferma:

  1. Caso inaspettato, avvenimento singolare e straordinario
  2. Impresa rischiosa ma attraente e piena di fascino per ciò che vi è in essa d’ignoto o d’inaspettato

Ora, non so che idea abbiano i giornalisti del TG5 della violenza carnale, ma essere violentata non è un'impresa rischiosa e affascinante, nè un avvenimento singolare e straordinario.Potevano dire sventura, sciagura, ma avventura, seppure brutta, proprio no!
Attenzione, però, uno dei significati della Garzanti, si apre a un'altra prospettiva, inquietante considerando che è veicolata non da una chiacchiera da bar, ma da un telegiornale nazionale: "situazione nella quale ci si viene a trovare senza averne previsto i rischi; iniziativa sconsiderata". Come a dire, che un po' se l'era cercata, che è un guaio in cui si era andata a cacciare, magari pure meritandoselo pure.. 

lunedì 18 luglio 2016

Succubì, succubè, succubò...


In una celebre scena di Totò Fabrizi e i giovani d'oggi, nel corso di un dialogo con con la foglia, Totò dice: "Vuoi dire che sono succube di tua madre?".
Lei lo corregge: "succubo si dice!" e, di fronte al suo scetticismo, glielo mostra sul vocabolario.
Mi è sempre rimasto il dubbio, in proposito, e così sono andato a controllare.
Ebbene, da un punto di vista grammaticale, sono valide sia la forma invariabile fra maschile e femminile "succube" (che deriva dal francese) che le versioni "succubo" (al maschile) e "succuba" (al femminile). C'è da aggiungere che le ultime due, oggi, sono abbastanza rare e se le usassimo nel parlato daremmo l'impressione di esprimerci come un libro stampato. Meglio il francesismo, allora.
Ma da dove viene questo termine? Dal latino sub + cubare, ovvero "giacere sotto", "sottomettersi a rapporto sessuale" e in origine indicava dei demoni, i cui rappresentanti femminili avevano rapporti con gli uomini, allo scopo di rubare loro il seme che, a loro volta, i demoni maschili avrebbero usato per fecondare le proprie vittime. Insomma, un'ottima scusa per le polluzioni notturne e le gravidanze indesiderate.

martedì 12 luglio 2016

Binari unici

Di solito non parlo di attualità in questo blog, ma l'incidente di oggi in Puglia (lo scontro fra due treni, su un binario unico, con decine di morti e feriti), mi fa arrabbiare e tremare e faccio un'eccezione. Non che sia l'unica notizia a darmi rabbia, tristezza e sconforto (lo specifico, perché ormai esprimersi su una sola faccenda, trascurandone altre, sembra essere diventato un peccato gravissimo). Il fatto è che ci sono problemi che è davvero impossibile eliminare in tempi rapidi (il terrorismo, le malattie, le guerre, ecc.). Ma quando i rischi sono noti e risolvibili e si lasciano lì, la rabbia aumenta esponenzialmente.

Era il dicembre del 2004, quando mia sorella e una mia cara amica stavano venendo a trovarmi a bordo di un Intercity notte e il treno si scontrò con un treno merci, sempre in Puglia. Non ci furono morti, ma feriti (un ragazzo perse la mano) e tanta paura. Ricordo il terrore di quella notte, le immagini al telegiornale (ero inquieto perché loro avevano smesso di rispondere agli SMS, accesi il televisore e vidi le immagini), il sollievo quando mia sorella mi telefonò per dirmi che stavano bene. La paura che ha attanagliato le viscere di mia sorella per lungo tempo (trovarsi al buio su un vagone che è deragliato, si è ribaltato e sta sospeso sul vuoto, è un'esperienza che non auguro a nessuno).

Il bilancio di oggi è ancora più tragico. Ma non parliamo di eventi isolati, imprevedibili, né di problemi che riguardano solo il sud: nel 2005, per esempio, un treno merci si scontrò con un regionale: tredici persone morirono (e si contarono più una sessantina di feriti). Anche qui il binario era unico, fra Verona e Bologna.
Andando a guardare qui, si vede che si sono tanti tratti a binario unico, in Italia. Per esempio, fra Roma e Nettuno (ben 52 km), fra Arquata Scrivia-Genova Brignole (46 km su 63 complessivi), sulla linea Mantova-Cremona-Milano (91km su 151), su quella Siracusa-Ragusa-Gela e sulla Campobasso-Isernia-Roma...
Lo so che le infrastrutture costano, ma anche quelle per le linee veloci erano costose, eppure le hanno fatte.
Speriamo che questa volta qualcosa si muova. Temo, però, che, dopo le solite polemiche, tutto cadrà nel dimenticatoio. Ecco perché voglio lasciarne traccia su questo blog. Non servirà a cambiare le cose, ma mi aiuterà a ricordare.

EDIT: come ormai saprete, il problema vero non era il binario unico, ma la mancanza di segnalazioni automatiche (per regolare il traffico si usava il telefono!). La rabbia e lo sconcerto non vanno via, anzi aumentano...

venerdì 8 luglio 2016

Mai dire non comprerò più Nathan Never


Nathan Never è il più americano dei fumetti Bonelli e non parlo dell’ambientazione, ma di certe logiche del fumetto: la continuity, gli spin off (primo fra tutti quello di Legs), i grandi eventi (per esempio la Saga Alfa, quella di Atlantide, la guerra dei mondi) dopo i quali “nulla sarà come prima”, le morti di personaggi importanti (che, a differenza di quello che avviene nelle testate di oltreoceano sono definitive) e, ora, la nuova narrazione delle origini del personaggio che sta avvenendo con Anno Zero (titolo che, non a caso, richiama l’Anno Zero di Batman).
Ho seguito per tanto tempo, con affetto, il personaggio e, fino a un certo punto, con entusiasmo. C’è stato un momento in cui, però, le trame hanno cominciato a deviare sempre più verso il giallo (anche per colpa del numero eccessivo di pagine da mandare in edicola ogni mese) e la fantascienza è diventata un pallido ricordo nella serie. Per questo avevo smesso di seguirlo. Quando c’è stato il “reboot” post guerra dei mondi ho provato a riprenderne qualche numero, ma sono rimasto deluso: la sensazione era che, invece di rinnovare la serie, si stessero tentando di riproporre stancamente le atmosfere dei primi numeri.

Ora, con il venticinquesimo anno di presenza nelle edicole, bollivano in pentola iniziative interessanti, così ho deciso di riprovarci. Ho trovato piuttosto deludente il numero 300, a partire dalle "citazioni" pedisseque di Matrix: va bene omaggiare un film, ma prenderne di peso l’ambientazione e usarla per fare metà dell’albo mi è parso eccessivo. Poi, però, ho letto i primi due numeri di Anno Zero e mi hanno conquistato. Pur essendo poco presente la fantascienza, vi ho trovato una storia avvincente e cupa, che prende allo stomaco e che gioca in modo sapiente con i personaggi. Non so se questa nuova narrazione entrerà in continuity col personaggio (alcuni degli eventi visti nel secondo numero sembrano davvero poco coerenti con quello che sappiamo… staremo a vedere) o rappresenteranno una sorta di realtà alternativa, ma era da tanto che non aspettavo un’uscita di NN con trepidazione.

Devo dire che anche il numero 301 mi è piaciuto e, direi, anche “sconvolto” per alcune scelte estreme di sceneggiatura che sono curioso di vedere come saranno risolte. Quindi, per ora, Nathan, sono tornato. Vediamo quanto tempo riuscirai a tenermi con te.

giovedì 23 giugno 2016

Il duplice significato della parola "tempo"


Immagine presa da qui

Mi ha sempre colpito come, in italiano, la parola tempo abbia tanto il senso cronologico (quello che gli inglesi chiamano time) quanto quello meteorologico (il weather inglese).
Mi sembrava che il duplice significato potesse derivare dal fatto che se il tempo (meteo) è buono si possa pensare di trascorrere bene il tempo (crono).
In realtà, andando a guardare sul libro "Parole nomadi" di Umberto Galimberti, la questione sembra molto pià complessa.
Prima di tutto, questa ambiguità non è valida solo per l'italiano ma, in generale, per le lingue neolatine. Inoltre, anche fra i linguisti, l'etimologia della parola è stata a lungo dibattuta.
Attualmente sembra che la parola latina tempus, derivi da termini pià antichi: tempestus che significa "tempestivo" e temperare (cioè "miscelare"). Si mettono insieme quindi concetti diversi che riguardano la tempestività, la tempesta, la temperatura (che miscela calore, freddo) dando origine a una parola ambivalente.